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PROGETTO FINANZIATO
DALLA
FONDAZIONE CASSA DI RISPARMIO DI PERUGIA

 

LO STATUTO GIURIDICO DEI BENI COMUNI: DAL BENE ACQUA ALLA CONOSCENZA

 

Responsabile Scientifico: Prof.ssa Maria Rosaria Marella

 

 

DESCRIZIONE DEL PROGETTO:

La ricerca si propone di ricostruire da un punto di vista giuridico la categoria dei beni comuni, intesi come quelle risorse - tanto di carattere materiale quanto immateriale - che hanno rilevanza e destinazione collettiva, vuoi per gli interessi che mirano a soddisfare, vuoi per la loro fonte di produzione, da ricercarsi, appunto, nella comunità. Il tema è di particolare interesse e attualità. Le recenti vicende legate alla privatizzazione dell’acqua, così come la brevettazione dei geni e le questioni relative più in generale all’accesso alla conoscenza riportano alla ribalta il problema delle forme di appartenenza dei beni e dell’individuazione di uno statuto giuridico del ‘comune’ al di là della contrapposizione pubblico/privato. Sul piano teorico, si tratta, in primo luogo, di individuare i caratteri comuni di una categoria di beni assai vasta e varia, le cui molteplici articolazioni si ritrovano in una serie di ambiti dotati di grande rilevanza economica e sociale. In secondo luogo, di verificare la praticabilità di forme giuridiche di appartenenza che, superando il paradigma della proprietà individuale esclusiva oggi dominante, rendano possibile l’accesso, ma anche un controllo e una gestione collettivi, dunque partecipati, delle risorse in oggetto.

I processi di privatizzazione imposti dal progressivo smantellamento del Welfare e dalle politiche neoliberiste hanno accresciuto enormemente l’interesse per i beni comuni. Ma la costruzione giuridica dei commons non è solo una reazione al mercatismo in favore della restaurazione della potestà dello Stato sulle risorse comuni, al contrario indica una prospettiva di superamento della tradizionale opposizione pubblico/privato che dia voce all’insoddisfazione per quelle politiche pubbliche che hanno generato l’attuale crisi di fiducia nelle istituzioni. Questo contributo mette a fuoco i profili giuridici propri dell’emergere dei commons nei più vari settori dell’economia e della società, dimostrando come un diritto dei beni comuni sia una soluzione del tutto percorribile.

 

SOMMARIO: 1. La nuova frontiera dei Beni Comuni ; 1.1 La giurisprudenza del comune; 2. Beni Comuni, una classificazione; 3. Un progetto (giuridico) alternativo.

 

1. Costruire uno statuto giuridico dei beni comuni significa promuovere un cambiamento politico e culturale importante, individuando in concreto gli strumenti che il diritto offre a difesa dei beni comuni. Il problema principale nel teorizzare un diritto dei beni comuni sta nella difficoltà di autonomizzarsi da un paradigma, quello della proprietà privata individuale, tuttora presentato come unica forma giuridica possibile della relazione tra cose e persone. In questa fase della globalizzazione, allora, appare strategico fare emergere la tensione fra individualismo e solidarietà, fra esclusivo e comune, che pervade l’intero sistema giuridico fin dentro alle strutture del mercato, poiché a partire da essa è possibile sin da ora pensare la costruzione di uno statuto giuridico del comune. Si considerino alcune attuali applicazioni del comune. In tutta Europa sono presenti esperienze importanti di proprietà collettive, in cui immediato è il legame fra il bene e la comunità di riferimento. Né esse possono considerarsi semplicemente fenomeno premoderno, destinato all’estinzione; anche volendo giustificare lo jus excludendi alios con la necessità di retribuire il lavoro (Locke), ci scontreremmo con due evidenze: i terreni su cui insistono le proprietà collettive conservano integro il loro valore naturalistico ed economico e smentiscono l’inevitabilità della tragedia dei beni comuni in assenza di forme di appartenenza esclusiva; esistono proprietà collettive come le partecipanze dell’Emilia Romagna che rappresentano una realtà agricola moderna, gestita in comune sulla base di una forma di appartenenza collettiva, a dimostrazione della non inevitabilità dell’appartenenza esclusiva sui ‘beni produttivi’. Sul terreno dell’immateriale, forme di resistenza all’appropriazione esclusiva, dall’accesso alle risorse cognitive in rete alla tutela delle culture indigene, sono quotidianamente messe a punto con successo, spesso facendo ricorso – in una prospettiva di commodification rovesciata – allo stesso strumentario messo a disposizione dal diritto della proprietà intellettuale, con l’esito di far apparire obsoleto, almeno in alcuni casi, l’uso consueto del brevetto e la stessa retorica dell’autore. Ci si riferisce qui a strategie anche differenti fra loro. Le pratiche riconducibili al c.d. copyleft (General Public License, Creative Commons, ecc.) sono alquanto significative al riguardo: predispongono una sorta di via di fuga dalla logica del diritto d’autore, senza formalmente contestare l’esistenza della sua disciplina. Il progetto Creative Commons, in particolare, pur nascendo da una critica serrata al concetto di authorship e alla superprotezione garantita dal copyright, riconosce un diritto di esclusiva all’autore, ma combina property rights a opzioni di natura contrattuale consentendo accessibilità e riproducibilità dell’opera per scopi non commerciali (e non solo). Anche nel settore della proprietà industriale, la reazione agli abusi derivanti dall’ampliamento senza freni della brevettabilità assumono talora proprio le forme della tutela, sia pur sui generis, della proprietà intellettuale a vantaggio delle comunità indigene (first nations), che imprese e enti di ricerca tendono a spossessare dei saperi e delle pratiche da loro tramandati di generazione in generazione.

 

1.1 Negli ultimi mesi le pratiche di resistenza contro lo spossessamento del comune hanno trovato importanti riconoscimenti da parte delle corti di vari Paesi. Nel campo dell’immateriale è fondamentale la decisione della Corte federale statunitense (Southern District of New York, March 29, 2010) nel caso Myriad Genetics, che giudica i geni umani non appropriabili in via esclusiva attraverso i dispositivi della proprietà intellettuale, in questa ipotesi il brevetto. Parlano esplicitamente di beni comuni le Sezioni Unite della Cassazione italiana nella sentenza n. 3665 del 2011 e la Corte Suprema dell’India in una decisione del 28 gennaio 2011. Le SS. UU. hanno dato un primo riconoscimento formale alla categoria dei beni comuni in un caso riguardante lo statuto giuridico di una valle da pesca della laguna di Venezia: nel rigettare la pretesa di un’impresa ittica, che asseriva di aver acquistato la proprietà della valle da pesca, la Cassazione non si è accontentata di accertarne la natura di bene demaniale, ma ha altresì affermato trattarsi di un bene comune funzionalizzato alla realizzazione dei diritti fondamentali, facendo particolare riferimento al diritto all’ambiente e alla rilevanza costituzionale dell’ambiente stesso (art. 9 cost.). Dal suo canto, invece, la Corte Suprema indiana, nell’annullare l’alienazione a scopo di lottizzazione di uno spazio pubblico (lo stagno di un villaggio) ad un imprenditore edile, denuncia le politiche di privatizzazione dello spazio urbano e delle zone rurali come il risultato di un’alleanza nefasta fra developers privati e amministrazioni pubbliche incapaci o corrotte, a queste ultime chiedendo di mettere fine allo spossessamento dei beni comuni necessari alla sopravvivenza delle comunità. Non altrettanto esplicita, ma assolutamente fondamentale la sentenza del 20 luglio 2012, n. 199, della Corte costituzionale italiana, che ha ridato voce alla volontà popolare espressa nel referendum del 12 e 13 giugno 2011, dichiarando incostituzionale l’articolo 4 del d. l. n.138/2011, con il quale il Governo Berlusconi, calpestando il risultato referendario, e perciò violando l’art. 75 cost., rintroduceva la privatizzazione dei servizi pubblici locali. Non è un caso che la lotta per l’acqua bene comune resti centrale in questo panorama: l’acqua è simbolo forte di un legame stretto e imprescindibile fra risorse naturali e comunità umane, che non ammette l’interferenza di terzi beneficiari, né di natura pubblica, né di natura privata. Significativa è poi la vicenda giudiziaria dell’occupazione romana dell’ex-cinema Palazzo, all’esito della quale il tribunale di Roma tratteggia un rapporto privilegiato tra destinazione culturale del bene e moltitudine degli occupanti che mette in ombra la titolarità del diritto sull’immobile.

 

2.Volendo tratteggiare una tassonomia, propongo di ordinare l’eterogeneità dei commons in quattro classi:

a) le risorse materiali come l’acqua e l’ambiente, il patrimonio culturale ed artistico del Paese, ecc.;

b) le risorse immateriali – la conoscenza e le sue applicazioni, le creazioni artistiche, i saperi tradizionali e le culture popolari, le informazioni genetiche, ecc. – oggi interessate da un imponente fenomeno di ‘recinzione’ (the second enclosure movement) attraverso le varie forme di proprietà intellettuale (diritto d’autore, brevetto, ecc.) che ne consentono l’appropriazione esclusiva, e di converso rivendicate (si pensi alle varie pratiche di resistenza contro l’enclosure poste in essere in rete) come risultato della produzione collettiva;

c) lo spazio urbano, bene comune per eccellenza in quanto “cosa umana per eccellenza”, prodotto della cooperazione sociale, spazio nel quale l’andamento delle nostre vite si definisce, oggetto di uno spossessamento che è frutto della partnership fra pubblico e privati e fonte di disgregazione sociale, di costruzione di identità svantaggiate, di distruzione di spazi di democrazia;

d) infine le istituzioni erogatrici di servizi pubblici finalizzati alla realizzazione di diritti fondamentali come l’istruzione e la salute: dunque università, scuola, sanità, ecc. Nella ricostruzione giuridica corrente, ad esse fanno capo i diritti sociali riconosciuti dalla costituzione e tipici del Welfare State: la sfida del definirle beni comuni sta nel reclamare per esse una gestione diversa, partecipata, soppiantando il modello tradizionale che vede l’ente pubblico erogatore del pubblico servizio e il cittadino/suddito portatore della pretesa alla prestazione.

Questa approssimativa mappatura conferma l’eterogeneità delle accezioni e dei contesti in cui l’espressione bene comune è impiegata. Evidentemente è impossibile ricondurre alle diverse categorie uno statuto giuridico generale del comune.

Si possono però individuare alcuni caratteri che queste diverse facce del comune condividono.

i) Un primo carattere si definisce, dunque, in negativo, nella mancanza di un regime giuridico comune ai beni che definiamo come comuni. Ciò implica la diversità delle strategie da eleggere caso per caso nell’affermare e difendere la natura di commons di una risorsa.

ii) Un tratto sicuramente condiviso da tutte le accezioni del comune prima individuate è invece il legame fra risorsa (o servizio) e comunità. L’individuazione della comunità di riferimento, elemento chiaro ad es. nelle proprietà collettive tuttora esistenti in molte regioni d’Italia, è un problema chiave nella definizione di uno statuto giuridico per i beni comuni. La comunità si definisce in ragione dei legami sociali di solidarietà che esistono o dovrebbero instaurarsi in relazione alla fruizione del bene comune: il discorso è volutamente circolare poiché fra commons e comunità esiste una relazione per cui l’uno risulta costitutivo dell’altra e viceversa. Inoltre i legami di solidarietà e l’individuazione della comunità che insistono sul bene comune hanno anche una necessaria dimensione diacronica: quasi per definizione, la gestione di un bene comune deve tener conto degli interessi delle generazioni future.

iii) Terzo decisivo elemento di un possibile statuto giuridico dei beni comuni è la gestione, già lumeggiata dall’art. 43 cost. L’idea di gestione partecipata non è però pacifica. Alcuni elementi per pensare in positivo la gestione partecipata si desumono dalla regolamentazione delle proprietà collettive presenti in Italia: innanzitutto il vincolo di destinazione sul bene, che incide sulla gestione in funzione di limite. Ove il carattere comune del bene si accompagni ad una situazione di appartenenza collettiva, com’è nel caso delle proprietà collettive, forti limiti alla facoltà di disposizione connoteranno ovviamente l’attività di gestione.

 

3. Ma il lavoro teorico nel diritto deve aspirare ad un passaggio ulteriore, e cioè a disarticolare il diritto di proprietà per aprirlo al comune e, per altro verso, a inventare delle soluzioni che funzionalizzino il pubblico alla logica del comune. Solo così l’elaborazione giuridica può porsi all’altezza del presente, cioè all’altezza dei conflitti e delle lotte contro lo spossessamento di ciò che è comune. Nelle recenti esperienze italiane di occupazione di teatri, cinema, e non solo, si registra una crescente domanda di diritto ispirata dalla consapevolezza di lavorare sulla frontiera di un nuovo modello di società. Il giurista è dunque chiamato a svolgere un ruolo importante, che richiede tuttavia di ragionare a partire dal superamento della dicotomia pubblico/privato.

Occorre ammettere che le strutture concettuali del diritto vigente, che è di solide basi liberali, non sono familiari a questo ordine del discorso. Pure, la prospettiva del comune che prende corpo nelle lotte di questi ultimi anni e in movimenti come Occupy, non è l’auspicio di un ritorno al pubblico ai danni del privato, piuttosto la tensione verso un’alternativa in termini sociali, economici ed istituzionali, che si ponga appunto oltre la contrapposizione pubblico/privato. Sul piano giuridico e istituzionale ciò vuol dire superare l’egoismo proprietario quale paradigma fondante del diritto privato, ma anche la sovranità dello Stato come filtro necessario nella gestione e nel godimento delle risorse da parte della collettività.

Per un verso è allora strategico dissociare l’uso dalla titolarità del diritto di proprietà, ciò che è possibile rimanendo nell’alveo della nostra tradizione: come insegna Hohfeld, la proprietà non è un monolite, ma un fascio di situazioni soggettive positive che tendono a disaggregarsi, ed è proprio lavorando sulla tendenza alla disaggregazione delle utilità prodotte dai beni e degli entitlements ad essi inerenti che possiamo ragionare in termini giuridici di beni comuni, a partire da una decostruzione del diritto di proprietà nella sua centralità, compattezza ed intangibilità. Intende questo Rodotà quando sostiene che l’art. 42 della Costituzione deve essere riletto dissociando l’accesso ai beni dalla titolarità della proprietà e dunque ripensando la funzione sociale come possibilità di uso garantita a chi non è proprietario.

Per l’altro, occorre assumere in pieno la tensione fra pubblico e comune. Nella modernità, l’esclusione definitiva delle comunità dalla gestione delle risorse comuni, dopo che il c.d. primo movimento delle enclosures aveva portato alla privatizzazione di gran parte di esse, è dovuta proprio all’azione dello Stato, che si è eretto a unico interprete dell’interesse generale e di ogni politica redistributiva trasformando in pubblico ciò che restava del comune; in cambio provvedendo alle esigenze primarie dei cittadini attraverso la predisposizione dei servizi pubblici necessari alla realizzazione dei diritti fondamentali. La prospettiva del comune rovescia questo scenario, rivendicando la restituzione ai cittadini dell’accesso diretto alle risorse e di specifici poteri di programmazione, gestione, controllo, e reclamando un esercizio dei pubblici poteri funzionale al coronamento di questi obiettivi.